Ogni tanto, nella magia di notti insonni, per creare osservo il bimbo rannicchiato dentro a me, mi sforzo di lasciarlo libero di agire, con la sua semplicità, un bambino nascosto nel mio cuore al primo segnale di sofferenza, dalla prima lacrima, ogni dolore ha contribuito a costruire la corazza nella quale se ne sta rinchiuso in attesa…

Poi io che so della grandezza di un cuore\anima, chiudo gli occhi e lascio vagare l’inconscio propositivo, e lui piano piano, con le sue manine, allarga le sbarre della prigione e libera un canto sottile…

Mi lascio trascinare da quel suono, una vibrazione, come un OM primordiale.  Ho quella singolare sensazione di rigenerazione neuronale, semplicemente lasciandomi penetrare dalla nota solenne.

 

Cerco da sempre la parola multisenso, quel verso in grado di smuovere la marea dell’indifferenza, come fosse magia ancestrale, che poi è sorella del suono primordiale, si avverte alle radici di un buco nero.

Avete mai pensato che la parola religione è un sostantivo femminile? Quando ero bimbo, ricordo come in un sogno, la visione della divinità, il sorriso di mia Madre, i suoi occhi neri e splendenti. Come poteva non essere una dea? Dove altro avrei potuto trovare la mistica del conforto?

“Prima di uscire lavati le mani e pulisciti i pensieri..” Cantava mi pareva musica la sua voce armoniosa.

Sto scrivendo ora, al computer, la penna resta obsoleta sul foglio bianco, ricordo i miei pomeriggi a vagabondare per le strade di Bologna la bella, ogni angolo era quello giusto per fermarmi a scrivere, appunti, poesie, stralci di vita. Pur non essendo cattolico, passavo ore dentro alle 7 chiese, pensavo, scrivevo, sognavo, ed ero disoccupato. Saltuariamente facevo il manovale da muratore, o aiutavo un amico al mercato della frutta e verdura, mia madre aiutava l’osceno prete Cesario dalle mani lunghe nella sua casa privata, piena di cibo che io regolarmente rubavo, come attingevo alle cassettine delle elemosine, o mentre servivo messa, raccogliendo le offerte rubavo. A Dio?  Promettevo tra me e me che li avrei restituiti, ma intanto la mia famiglia mangiava, solo questo contava.

Oggi razzolano per strada con i loro cellulari luminosi, esseri privi di empatia, che non si limitano ad odiare lo straniero, ma sono infastiditi dalla sofferenza e dalla miseria. Esseri canterini che bevono agli apericena, conversando amabilmente di nulla, come mosche parola sulla merda della loro stessa esistenza. La politica attuale è una cloaca ma noi umani siamo gli stronzi che galleggiano.

Mio nonno e mia nonna paterni erano partigiani, nascondevano le armi sotto al materasso, e di giorno servivano i tedeschi e i fascisti nella loro osteria, mio zio era “Lasagna”, ufficiale della polizia partigiana, si perché checché ne dicano, i partigiani avevano un servizio d’ordine interno per evitare ingiustizie. Mio padre era staffetta partigiana. Mia Nonna materna, tenente dei partigiani a Vergato con Lupo. Mia cugina Marzia, primula rossa delle BR mai arrestata. Il cuore è sempre stato a sinistra, per questo oggi mi sento profondamente tradito da coloro che dovrebbero essere gli eredi di Gramsci! Con la loro malapolitica, hanno permesso il nascere di melma rabbiosa, populista e razzista, hanno spinto i poveri a lottare con i poveri, e gli altri, le schifezze umane, cavalcano l’onda dello scontento!

Io non odio poiché non ho odio dentro a me, sono spaventato, questo si, dall’ignoranza che dilaga senza freno, mi riferisco anche all’ignoranza presuntuosa di certi finti intellettuali, non faccio nomi, perché è inutile, non sono i singoli che mi spaventano, ma la massa quando fagocita i singoli!

Si tratta la mia di un’involuzione premeditata, che è il titolo del mio primo libro di poesie, di tanti anni fa, mi fece la prefazione l’immenso Roberto Roversi. Involuzione premeditata, tornare alla terra, alle strette di mano, al fornaio che vende pure le uova del contadino, a Iside che racconta della canapa, a Ivo che mi parla dei tedeschi, e poi dice che erano più cattivi i fascisti, a Elsa che parlava con le fate, alla folaga, al macero, al bambino affogato che ancora se ne parla, cazzo al mio essere bambino, anche se infelice. L’aia dalle fisarmoniche sognanti, e le danze dei braccianti, il belato degli agnelli, le galline che razzolavano, il caglio per fare il formaggio, la mattina colazione con la ricotta calda, mia Madre, mia nonna, la Madre di tutti.

Quel senso ancestrale di appartenenza, una sorta di mistica complicità in noi bambini che giocavamo nel cortile a imitare i grandi, per poi diventarlo  grandi e dimenticare il bambino che eravamo.

“No Nicodemo, non intendeva tornare nella pancia quando vi ha detto di tornare bambini, parlava del retaggio!” Cartesio, parlava di tabula rasa….Ritrovare il bimbo che ancora è nascosto nel cuore di ognuno, forse anche in quello di delinquenti e politici innominabili, quel bimbo che se ne sta rannicchiato in attesa, spaventato dalla cattiveria che ognuno di noi è in grado di creare!

C’è una casa, alle radici di un tramonto, che insegue l’aurora, c’è quella casa, che è l’estremo ritorno, la cerca totale e assoluta della radice comune! Inevitabile cercarla inevitabile trovarla!