Prefazione di Salvatore Jemma.

Una rabbia rappresa in calce e cemento

La fredda, urlata, sventagliata rabbia che scivola dalle mani di Gianni, mi cade tra le braccia; le braccia le ho tese, non le ho ritirate. C’è qualcosa di sconsiderato nel suo urlo, perché dovrei essere da meno? Le sue parole sono come sangue e fango impastati: una piena che talvolta lo sommerge.

Dico che tra le poesie che ho letto, e che qui vengono proposte, quelle più tese hanno il germe della follia rappresa in cemento e gelide mattine di lavoro; dove la pietra si spezza e le mani si seccano; dove infine, la fatica e il dolore son presenti e pressanti, pesanti.

Il corpo è schiacciato dalla follia, forzatamente reso muto e allineato sul tavolaccio di una morte che lo ha ghermito. Per uscire da questa e da quella, non possiamo aspettarci un ingentilito passo di danza; la palude amniotica si fa parole, e il gas che sale esplode con il fragore che è giusto che abbia. Esplode con calcolata visione dei frantumi.

Occorre sottolineare l’insistenza con la quale Gianni attrae a sé queste immagini per accatastarle; le più ricorrenti si affastellano come mattoni – mare, cemento, cazzuola, polvere, notte, madre, palude, casa, io e niente. Sono luoghi e forme che il vento  avvolge e la polvere copre, e che parole, strappate alla fatica, ridisegnano con esatta forza. Potremmo dirle, quelle parole, piani progressivi di una consapevolezza che si edifica passo dopo passo, sasso dopo sasso.

Consapevolezza di che? Dell’appartenenza alla terra e della pienezza del cuore che, talvolta sembrano inconciliabili. Già la brutalità del lavoro può essere velo più che spesso, eppure lo scatto che Gianni ottiene da queste sue poesie allontana e il compianto e la neutra veduta; talvolta con una secca risata – la gola riarsa di polvere – talaltra con un impeto del sentimento che potrebbe apparire una via di fuga. Ma non c’è mai scampo – parrebbe – da quei luoghi. Le fatiche l’amore, la luce soffocata dalle mura che son costruite: tutto questo non diventa parte della quotidiana vita, ma ne è l’appendice cancerosa, che prolifica e si spande. Senza sosta.

C’è un invocazione – riprendendo mi sembra, il si fossi foco  di Angiolieri – nella poesia Vorrei esser cancro , che incita a osservare il mondo sotto una luce viola, nera, grigia. La metastasi del corpo che sfugge alla compressione della mente – e si perde per le strade, tra la fuliggine del tempo attuale – possiede, neanche tanto stranamente l’invadenza che possiedono le merci: quello sviluppo quella moltiplicazione che offusca il pensiero.

Lo ripeto: è una poesia potente questa che può risultare di non facile digestione a chi è abituato a svolgere il filo della propria vita tra esauste atmosfere – benché moderne – e traccia confini tremolanti tra se e il mondo. Una poesia però, anche pensante; che ruba desideri e li tiene tra le mani, come vecchi scaldini contro il freddo dell’inverno. E il desiderio, sia quello che brucia per il corpo di una donna – l’amore viscerale che sale fino alla gola – sia la parola che sovrasta ( e rinverdisce) i luoghi nebbiosi e paludosi di muratori – di chi innalza musi – il desiderio dicevo, affilato e improvviso, sa come uccidere il niente che (ci) assale. E’ una poesia che trova vigore dal costante calore; che costruisce come se fosse una rigida, seppure maneggevole, tenera cazzuola; che compie gli esatti movimenti di consolidamento. Gesti e parole fanno parte del corpo, sono il corpo. Un corpo che può anche cadere nel vuoto e non perire, aggrappandosi alla consapevolezza di un giorno – un solo giorno. Quel corpo sogna la palude, con alberi così chini da farmi vergognare, e scopre che sotto di se, sotto i propri piedi – sotto passi compiuti e presto dimenticati – cova l’umile storia, l’altro filo, sempre teso e sonoro della realtà.

Parlavo più sopra, di invocazione: questa sussiste nell’impianto stesso delle poesie che, qui, Gianni propone; infatti – semmai è possibile essere così risolutivi in poesia – queste a mio parere,  sembrano nascere da una urgenza, oltre che a dire, a farsi udire. La parola detta, quasi cantata, ritmata – simbolicamente gettata in faccia, ma non per spregio – è un fatto non di poco conto per questa poesia che torce le parole e le asseconda al suono, alle assonanze, donando loro una luce particolarmente alta, una tensione particolarmente accesa; anche quando la parola, la frase diventano turpiloquio o ributtante elenco di nefandezze biologiche. In questa poesia risalta, mi sembra, un nulla ascendente, un nulla che innalza la consapevolezza verso il mondo, non lo rinchiude nel nichilismo.

Da questa terra passa il vento/ e la mietitrebbia/ ci sono campi neri di fuliggine  ; e il niente, anche quello materiale – cioè di oggetti che mancano, di cibo che non copre la tavola – contro il quale Gianni conduce la sua paziente, quotidiana battaglia, può essere sconfitto con queste parole.

Salvatore jemma

1991

 

IL SOGNO DELLA PALUDE

Devo dire che mi confondo

Che sono vicino molto vicino

Alla non esistenza

Che la montagna mi pare libera da detriti

Che se ne avverte il vuoto il lezzo

Il frastuono delle ore che mi pare ieri che vivo m’aggiravo sostenendo

Montagne di vento

Se dovessi di nuovo e comunque sopravvivere non sceglierei questo luogo ne tempo

Non voglio più resistere in questo allegro cimitero

Potrei parlare d’amore intere ere alla donna dai sette vestiti ed altrettanti sorrisi

Ed altrettanta pace all’uomo dalle mille soluzioni

Comunque sia l’azzeramento totale, il non esserci

In ultima analisi la migliore delle risorse della terra satura

Se cadesse improvvisa la notte mi troverebbe qui circondato dalle mie stesse braccia

Intento a sussurrarmi le stesse tremende parole intento ad annaspare cercando

D’afferrare intere scorte di niente.

Troppo sangue nelle vene

Se ne è pieni dalla nascita tanto che il vederlo non scuote

Se ne è avvezzi, che se sgorga come la piena del torrente nulla smuove ne si desta

Come vento e faccia mani rosse e cuore di jena

Questo è il sogno della palude!

Come virus di nebbia penetrare all’interno del grande stomaco che ci sta digerendo

Diventando vomito e schiuma giallastra e viscida

Mostrarmi impavido sulla pelle dell’uomo. Inondare quel suo candido vestito scuro

Che di uomo, quello che tutti siamo allo specchio, accorati

Gettando messaggi dalla schiena curva, come dire io no, non c’ero o perlomeno non ne faccio parte

Comunque sia ne subisco lo sdegno come signore degli afflitti

E, non dovrei dirlo, degli sconfitti!

Tant’è che ci si illude d’essere perlomeno una voce!

Ma bocca che urla non ha voce e vento non ha corpo.

Restasse qui nelle parole, l’accorato no, non sia mai che io c’ero, e se c’ero

Ne mani ne occhi ne corpo perpetrarono!

Intanto avvinghiato alla cazzuola cosi stretto da sentirla vibrare..

Inondo di versi il cuore intero.

Che non avanzi spazio per nient’altro…

Questa e nessun altro luogo, la colonia degli struzzi dalla cazzuola tenera così,

così, si decrepito il viso che si nasconde dietro alle mie mani

al diavolo, che vergogna che sgomento, sbattermi in faccia impunito l’oltraggio

del per nulla facile tormento, io, io l’intera corrotta istituzione dell’io si schianta sulla schiena.

Chissà che accadrebbe, se le azioni di rimando ci riflettessero sulla faccia?

Se fossimo esattamente ciò che siamo e non la pavida rappresentazione

Del nostro strisciante non vedere!

Mamma tuo figlio ha sognato la paludeeeeeeee

Si è immerso con l’intero suo corpo

Con alberi così chini da farmi vergognare

Se fosse che il lezzo uscisse da questo video, che io lo sentooooo

Intere legioni di muratori navigano in questo mare nauseabondo

Innalzano mura che priva di fondamenta crollano

E così giorno dopo giorno

Se avvertissi quel giorno una musica così dolce da intenerirmi

Vorrei confondermi all’imbrunire

Come se la danza frenetica dei neuroni…Un istante si placa

E la calma d’un mare immobile nel quale è impensabile fuggire!

Da questa terra passa il vento e la mietitrebbia

Ci sono campi neri di fuliggine che da lontano ad un osservatore distratto

Possono sembrare il mare.

 

 

 

 

COME IERI

La mia voce, si la mia si,

l’amore, d’amore e di niente,

lo specchio riflette

la faccia, la mia, si la mia,

l’acqua:

null’altro che acqua sotto cieli, di palude.

E si lava, la faccia e si  sfrega,

e resta comunque avvinghiata

l’espressività del niente, del deserto

del nulla imminente.

C’è un vestito sulla sponda del letto,

lo stesso di ieri, va bene:

mi muoverò come ieri ancheggiando,

simulando il passo del serpente,

e di lui avrò la voce vellutata

dispenserò amichevoli pacche sulle spalle, sorrisi e banalità,

quando camminerò in strada, sarò

un altro, l’uomo do ieri.

 

 

 

 

 

DOVE CAZZO VADO MAMMA?

Questa mattina quando mi alzo il fango che appare non è illusione, si propaga

Mamma non mi piace mamma il tepore di coperte velenose che n’avvinghiano

Che in letto non uscire mamma non voglio uscire dove piedi appoggiare

Mamma ho paura

Cambia il ritmo del ricordo la memoria infelice di candide distese d’ospedale di

Cancro nella gola di schiuma di sangue viscida che labbra senza baci e mani

Senza carezze e capelli che cadono che infelice memoria questo ammasso di

Rottami mamma eri tu

Che cazzo mi frega di dolori lontani di lotte di governi maledetti quando tu

Giaci distesa di dimenticanza

Abbarbicata su torre di pianto avvezza al dolore mamma

E si lavora nel cantiere oggi per mura fragili

Che comunque offrono riparo, stringente soffocante

Non m’occorrono altri abusi di potere per sentire labbra marce

Di sangue altre generazioni schiatteranno

Ed è questa comunque, la fine della memoria.

 

 

 

 

 

 

AMORE CHE TI RIPARI

Amarti vorrei e non esserci comunque presente

Ed è sera al di la della finestra amore che ti ripari

Che nascondi occhi e faccia dietro sguardi d’apparenza

Tra te e me sabbie mobili tentatrici il gorgo

Tra te e me la palude di certezze contestabili

Se fossi sempre di mare vestito e tu onda profonda

E scogli la vita tremenda di vaste distese di niente

Amore si spacca di nero il vestito della notte

La casa al di qua dei vetri odora di cibo

E non aride mani che si rincorrono veloci ma carezze

Amarti se tu fossi e comunque presente e non polline di sogno

Vorrei ed altrettanta fine a questa ora di niente.

 

 

 

 

 

 

DIMMI CHE MI AMI

Dimmi che mi ami dillo più volte

Sta crollando il buio nel deserto

L’innocenza non è un giglio Ma di sangue il lezzo dei suoi giorni

La carovana di uomini con la cazzuola

E di donne con un cadavere avvinghiato al seno

Il tutto all’imbrunire in questo immenso niente

Madre di tutte le madri un ora, un ora in cui il nascere s’avverte

E diviene insostenibile il vagare intere ere in cerca di niente

Amami e di notte rammentami e se puoi sopravvivimi

Di niente svestimi rivestimi di baci e carezze insostenibile certezze

Fa che duri la notte Reagisci colpo su colpo

Sii avida perversa succhiami il piacere stordisci il dolore

Non dirmi cio che vedi riflesso nelle mie mani sature di cemento.

Per questo ti chiamerò ancora per questo ti chiamerò moglie per questo ti chiamerò porto

Ho tutto ciò che mi occorre per costruire il muro acqua sabbia cemento pietre

Ho una casa fatta di mura imperforabili ed all’interno una moglie

Ed un camino dal quale esce fumo tutto tranquillo appare.

S’accavallano dal video immagini d’altri orizzonti

Ci si riposa la sera

Ho un letto nel quale immergermi ed al mattino un vestito con il quale avvolgermi

Ci si sveglia di notte

Se la paura fosse viva la vedrei strisciare nelle campagne

Emergere dalla mura come una scimmia sull’albero di natale

Non ho che una briciola di niente e niente siamo io e te in questo vagare

Niente i cadaveri che rotolano dalla mani dalla bocca e dal cuore

Niente le auto che sbavano di mattina La fabbrica che apre o il muro che cresce

Niente la carovana di muratori con la cazzuola

Che costruiscono case dalle quali la notte emerge.

 

 

 

 

 

COME NASCONO LE CITTA’

Ha una cazzuola e mescola

acqua sabbia cemento,

si creano solitarie case,

mattoni uno sull’altro;

così nascono le città che si nascondono al tramonto.

Nessun pittore sa dipingere la notte,

mentre la forza di un muratore,

sta nel costruire case,

dove poi, sarà sempre notte.

 

 

 

 

 

PICCOLI piccoli

Ometti piccoli e grigi che hanno potere,

che si dibattono come pesci rancidi nello stagno,

che entrano in uffici, cadaveri vestiti come vivi, che dalla fine della coda li vedi,

che si azzannano le unghie e pezzi di pane e aspetti il tuo turno per accorgerti;

d’avere sbagliato fila, non potevi sapere che la faccia allo sportello di fianco è

uguale, potrebbe essere la stessa fila ed hai di nuovo sbagliato e bestemmi in silenzio,

la vecchia vicino quasi sviene con in mano un numerino, datele una sedia urlo!

Nulla accade silenzio, sulle mura giallastre,

aggrappate alle pareti, mosche fameliche, cristi di ferro in pose di morte oscena,

madonne compiacenti sorridono che è una delizia!

 

 

 

 

ZOMBI….

Questo è l’orrore di una vita comune di zombi pettinati

Che entrano in uffici grigi e fradici di niente

Di bottiglie svuotate di spade e guerrieri di notte indifesi

Come anatre allo stagno

Questo è il niente che ci anima svuotandoci come sacchi di sabbia

Sono mostri che ci governano avidi come locuste questo è l’orrore ascendente

Se fosse che la memoria che ci fosse un ricordo di bimbo aggrappato alle gonne

Della donna cambiale in protesto e musica di tintinnanti bicchieri e grida

Convulse di donna di pianto alla danza dell’ufficiale giudiziario di strada

E mobili accatastati in anfratti umidi e velenosi

Se potessssssi dare queste mie braccia in cambio di un solo sorriso di madre.. la mia!

Darei occhi e cuore per labbra gioiose di donna allo specchio mentre cade…

Carne e ossa si mostrano

Quest’africa che avanza di senza casa e lavoro

Operai così vigliacchi che il grido si è perso nel video dal divano

Mamma mamma ma mammmm non ne posso più di questo cazzo moscio

Di questa genia di cazzi mosci e palle di panna!

 

 

 

 

 

IL BRANCO.

Stupide Jene a branchi, pecore vicine, bigotte assetate di morale,

esistenze troppe, infelici di più.

Equazioni di pena in pozze verticali come canapa, al macero,

al mondo tondo, troppi predatori vestiti di bella presenza,

rassicuranti, uniformi di noia.

Se cadesse crollando non più sorretta la luna,

cancellando notti eterne di nebbia profonda,

ma così orrendamente vicini branchi di nulla che conversano di stadi, di niente,

che acclamano capitani coraggiosi, che si sentono sicuri,

nella pancia deforme di generali cannibali.

Odio, odio, oddio che cazzo di pena stampata a fuoco in cattedrali di dolore,

formiche guerreggiano con altre formiche,

in un piccolo deserto di nera pece.

 

 

 

 

 

LA LEBBRA

Avanza sottile deserto, cancerogena lebbra devasta,

schiuma deborda, scende da pilastri vomito,

letame spalmato su facce che ridono,

escrementi rabbiosi insabbiano come struzzi.

Sudore, senso odore, vento, crepa la notte languida di piombo,

danza il coltello, sventra budella, sangue raffermo pane.

Impasta la calce, mattino violento, sentire ai bordi del muro lamento,

memoria la storia vestita risacca mare,

da balracca attingere,

sale ferite, non c’è cura al male che rode.

Schifo dentro chiese d’avorio e case color calce e sabbia,

se fosse fuoco, bomba che inonda, brucia, lo scoppio mare,

mentre rimbomba dolore.

 

 

 

 

 

CRESCE

Non amano la guerra donne con figli da ricomporre pezzo a pezzo,

si espande la genia dei rimestatori di merda,

l’industria cannibale si ciba di sangue.

Cresce questa poesia di terrore, dolore, di nebbia,

di forme indistinte, fantasmi bambini.

Il teatro fatiscente diretto da burattinai di fango e fame,

d’amore, o cuore, che devasta denaro.

Quale violenza si abbatterà sulla wall street dagli eserciti rotondi?

 

 

 

 

 

QUESTA  GUERRA CONTINUA ANCORA.

Ho visto la testa sulla picca, di sangue marcio l’incedere; la storia!

Avanza inumana nebbia di soldati selvaggi,

creature fragili danzano al vento del deserto, pronte alla morte, avvezze al dolore,

e morsi al culo per correre più forte.

E si creano opere eterne, appese ai fili della speranza,

aggrappate come edera a vecchie case in rovina,

che arida pena s’incolla alla notte.

No non ne voglio più di tempo che non ho tempo ritmo che batte tamburo di latta,

soldatini di piombo lindi e profumati con braccia alzate, salutano, salutano,

in piedi sulle palle del nemico sul petto di sangue di donne

che non son guerra, solo carne e pianto.

Noi stupidi risparmiatori che dopo la semina,

depositiamo i denari nelle banche

che finanzieranno le guerre che ci uccideranno.

 

 

 

 

 

PESTE 2

Case vuote di gente spenta voci perdute silenzio,

di domani avvoltoi portatori di peste,

della rosa e l’albero e lo scudo.

Se vento forte tempesta non grida ne offese,

ma spari in gambe flaccide e sorrisi televisivi,

schiacciati come cimici in nome del popolo dei vinti,

del resto, non c’è scampo, per indifesi, fragili,

avvolti in sudari maleodoranti in ospedali di morte.

Coscienze aride, noi popolo d’inculati incurabili,

non denaro, né case, né ospedali, ne gioia:

possa crepare ogni rappresentante del nostro governo, di quelli precedenti e quelli in divenire.

Non ho versi, né dolci né amari,

ho ulcere di fiele, emorroidi, diarree, conati di vomito,

bubboni di pus, ho caccoli al naso, sudore

e sangue che scorre caldo, per ora.

 

 

 

 

 

IL COBRA

Credo nella luce delle tenebre nel cobra che strisciante sinuoso s’avventa.

Credo nella pena che avverto su sponde di ghiaia credo.

Se la cazzuola fosse spada o mitra di ghiaccio, sbaverei altro dolore ed altro ancora

Subirei presente niente.

Briciola di vento fragile bambina donna,

cortei si avvicinano al cimitero ed il buco si allarga di nera pece,

dollari e dollari che sbavano su euro sum yen ed altro denaro,

porci s’annidano a wall street, cancri di uomo vestiti.

Briciola era mia madre e la madre di mia madre e la madre della madre di mia madre..

Briciola la pace di donna che aleggiano alti  corvi,

che serpenti velenosi, ammalianti danzano di buio.

Che io credo ho brividi di cadavere orrendo,

come è pastoso e grasso questo cemento.

 

 

 

 

 

MISERERE

Ave maria di niente svestita vergine spenta di vermi dalla faccia sinistra,

padre nostro che dal cielo cadi in questo letame

che t’appartiene,

scalpi di prete orrende scaglie di papa all’imbrunire

in questo rogo!

 

 

 

 

 

 

CANI ALLA FINESTRA

Se da mare inverno cade né rose e primavera, mai visibili.

L’orrore di una nebbia gelata,

s’avverte nelle ossa l’incedere,

se da questa strada vuota apparisse qualche vivo,

noi cani alla finestra avremmo ossa da mordere

e non flaccidi culi troppo seduti.

Chi aveva un padre operaio alzi la mano!

L’assemblea continua di fradice parole,

di niente da opporre se non l’inverno che avanza.

Nel culo alla cultura e chi ha la lingua dura,

di duro ho solo il cazzo,

per sfondare questo immenso culo che ci sta cagando,

siamo la merda che sale, la puzza d’inverno,

in questa fradicia nebbia che avvolge.

E non vedere e non sentire e non godere,

d’intere primavere arrotolate viole e primule in fossi di cenere.

Amore mio, non avremo figli fino a che figli saremo

e non liberati da fardelli troppo pesanti amore di rosa,

che altro vestito vuoi addosso se non la mia saliva mia sposa,

d’una vita che è dura la salita,

che mio figlio stanno sbranando, immondi ratti di palude,

strisciando fino a noi,

flaccide mani di carne morta,

toccano

rivoluzione

ora, prima che io vomiti.

 

 

 

 

 

SANGUE INFETTO

Cade distesa la notte e nulla può l’esagerato tormento,

ne argine blocca la piena,

avanza buio sporco,

cielo di palude riversato dovunque.

Avanza in case sopraffatte da demoni che ci governano,

avanza e dentro il cuore danza.

Sangue infetto è questo torrente d’ombra,

non ancorato a sassi di palude,

argine crolla, non tenere crolla!

Che dipinga di rosso il veleno che la malattia della colpa si propaghi,

nulla possa il giogo!

Avanza su vestiti di seta e profumi, su uomini ombra che riempiono uffici,

che di denaro si riempiono il ventre della notte che avanza.

LA MEMORIA 1

Borsa sala di morte e vermi profondi che telefonano sorridendo

che crolla/no mondi di fabbrica

la malattia che castra uomini e donne

la compiacenza.

 

 

 

 

 

LA MEMORIA 2

Cammino a piedi nudi su plastica verde e vetro

che con zampe sottili d’animale padano osservo

la danza palustre del macero in piena e schiuma

gialla di sole amorfo e nebbia che cola dai pioppi

come liquida pece nell’incendio della memoria

mi coccolo di vento con mani di fumo e ghiaccio

che terra sventrata giace offesa di dimenticanza

intere case di polistirolo sorgono come d’ incanto

avanzando gesti inumani

la colonia delle mummie

si scuote.

 

 

 

 

 

 

VORREI ESSERE CANCRO

Vorrei avere la gioia ed il conforto d’essere un cancro,

dalla bocca vorace,

ed altrettanto fiele.

La specie con la quale navigo,

d’altro non gode se non di miele, sulle labbra,

e l’altra sponda così, eternamente a tratti scompare e riappare.

Di giorno in giorno, sempre quella canzoncina così inverosimilmente stupida,

così ed anche peggio,

assurdamente avvinghiata sulla bocca contorta

del mio vicino di casa e di altri ancora partecipi

al banchetto che si è dato e di niente e nient’altro

si mostra o meglio si ciba a tratti il festeggiato.

Se io fossi il cancro di cui sopra non ci sarebbe cura

Poiché non sussiste il male,

o meglio evidente appare che si è consenzienti,

in questo navigare.

 

 

 

 

 

LA MEMORIA 3

Una sera di quando in quando

al buio

se nella strada lampioni a giorno

se, o comunque se restassi aggrappato a quella notte,

alla memoria,

di quando ero e comunque avevo genitori attorno ad una tavola ricolma di niente.

 

 

 

 

 

 

LA PESTE OCCIDENTALE

Si salvano di notte in strade nere, una città arida in rovina

Camaleonti trasformisti prezzolati

I garanti del potere si salvano

Buio nero buio piombo nella schiena

Bambino non morire non patire non esistere non buio occhi buio marcio

Dolore donna dolgo don scoppia sale lebbra peste occidentale

Passo a passo marcianti striscianti con inni e sventolii

Crepaste su torri in pozze nere di dannazione un cancro vi esplodesse nelle palle voi

E le vostre maschie guerre

Vi sfondasse le natiche la dispersa ascendente massa degli inermi!

Chi la fermerà nel momento più intenso del dolore?

Vox vox più voce alta sonante campana più voce cazzo più voce

Ascendente grido!

Continua la notte svizzera notte livida di silenzio

Su torri di carne e sangue così intensa la visione della fine che non ci si scuote

Bambino non morire sotto ad un cielo fuoco di bomba

Che sia la memoria a spegnere il programma che si ciba del tuo stento

Crepate voi e le vostre maschie guerre

Di generali fradici e castrati

Della castrazione bigotta della specie assassina

D’una chiesa ruffiana e meschina

Affogati da petroldollari e letame

Che la vostra merda corrotta vi esca dagli occhi come si deve

E la via della forza s’infranga sul passo spento della memoria

La memoria meme mem oria oria cratere della dispersione storia

Oria oria

Continua la nera notte di deserto che avanza

Di desertificazione operaia senza grida ne lotta

Inculati senza gusto ne dolore

Ahhhhhhhh se la visione avanzasse all’infinito potremmo offendere ed urlare

se l’alba che s’intravede di lontano non fosse più livida e nera

della notte della specie che ci spinge a mollare con catene

d’acciaio e di roccia se non fosse così strisciante

se loro generali e bigotti si sventrassero a vicenda

se fare i nomi non costringesse a vomitare l’anima

se cazzo secazzo sesese avvertissi il grido della rivoluzione

vorrei essere campana e suonare lugubri rintocchi di morte sulle pance

verminose di questi famelici predatori

Se almeno un bambino iracheno afgano sorridesse vorrei vedere

Se al crepuscolo di un epoca si potesse finalmente gridare

Bastardi il vostro dio vi abbia in gloria purché morti in gloria

Oria oria