LAKSMI SHIVA DIARIO DI UN ASSASSINA! Parte seconda.

 

 

La visione!

Il deserto è immenso, caldo, infuocato. L’iguana è immobile attende la preda, o forse egli stesso è una preda. L’uomo è giovane ed anche vecchio, vedo le due facce, il giovane brandisce il coltello, il vecchio piange nel vedere il giovane che è, o che era.

Io sono una figura indistinta che vaga tra le sabbie inseguita da un uomo che è il giovane con il coltello che vuole il mio sangue. Il sole è alto ed il vecchio piange la colpa del giovane. Io sanguino ferita a morte, ferita a vita. Oscuro legame, il vecchio mi chiama. Io giaccio sull’altare di pietra. Lui giovane sacerdote parla alla folla, io non sento nulla, sono intontita, forse drogata. La gente è radunata sotto, ai piedi dell’immensa scala che conduce all’altare. Il vecchio piange, e come me osserva la scena di se stesso giovane che prega al dio del dolore, che spinge nel mio cuore la lama infuocata, ed io muoio, piange il vecchio. Prega il giovane che sono l’uno. Il mio sangue cola dall’altare e bagna le sabbie infuocate ed io mi sveglio completamente bagnata, non di sangue, ma di sudore. Ancora la visione che mi accompagna fin da quando ero bambina! Nella visione il mio nome è Mitla. Mi sono informata, si tratta di un nome Azteco. Quindi il Dio al quale vengo sacrificata non può essere altri che Xiuhtecutli. Perché?

 

 

Questa visione che mi perseguita. Mia madre era Messicana, forse è questo il motivo. Forse sogno qualche stralcio del suo passato. Non lo so, ma questi sogni mi distolgono dalla missione che ho accettato dal Dio. Eppure non posso farci nulla per farli finire. Forse dovrei seguire il richiamo ed andare in un deserto, nel deserto del Messico dove presumo viva l’uomo che mi chiama.

Non posso farmi distogliere dall’obbiettivo. No di certo, ora che l’ho individuato.

Ho deciso di tenere un diario in presa diretta, come se stessi vivendo l’istante che sto scrivendo. Lo scopo è quello di raggiungere la fama, ho un progetto ed è eccezionale, so che molti presto sapranno di me, ne sono certa.

 

 

La città nella quale vivo è vestita di un grigio perenne. Grigia come le auto che la straziano e le persone che la subiscono, è la città dove l’opera comincia.

Ho perso tempo osservando il fiume velenoso che sguazza nauseabondo, tra le mura di questa città velenosa. Gli umori acidi della gente che si riversa sulle strade m’assalgono oltre il lecito. Devo resistere alla presenza umana su questo pianeta devastato da escrementi rabbiosi che sgambettano in locali ed uffici fingendo la vita, come direbbe il buon Giacomo che la peste lo colga!

La solitudine è un dipinto distratto che pare un sorriso stampato a fuoco su facce che vedo, che mi vedono. Tutti sono soli, quelli che bevono distratti, quelli che lavorano, quelli che non fanno nulla, quelli che si giurano amore eterno il giorno prima di lasciarsi. Io sono estremamente sola! Ma la mia è una solitudine creativa.

 

Sono seduta in un locali dalle pareti grigio piombo e sto bevendo una birra ghiacciata, mentre si snoda la nebbia veleno. Attorno a me ci sono tavoli con persone che vivono, che si scambiano frasi, ed a volte baci, io li guardo tutti, persi nei loro ripetitivi gesti e penso che potrei essere come loro. Mi salvano le voci, quelle che mi spronano a perseguire la mia missione data dal DIO. Esse mi parlano, da quando la mamma ed il babbo sono partiti.

Se fossi dentro a quel film che è la mia vita, la telecamera spazierebbe alta sulle case e le cose, e persone che corrono e il sole che affoga nella melma di un fiume che insozza tutto ciò che di vivo impunemente si mostra sulle vie incontro di sere tenebrose.

 

Cade la notte, o meglio crolla, e di sera lo vedo, vestito d’ombra, il mio primo. Ha il viso adatto per cominciare l’opera, il taglio delle labbra ha un che di osceno, come oscena deve essere la sua vita, perso in un eterno finto sorriso che altro non è che una smorfia amara che gli deforma sguardo e vita. So che non ha lavoro, anche se lo cerca, beve, e non ha nessuna cura del suo corpo, lo si capisce dai lembi di carne bianchiccia che s’intravedono non trattenuti da vestiti logori e sporchi. Dimostra circa cinquant’anni, ma potrebbe averne meno, ha il passo strascicato di chi è già rassegnato a giornate tetre e maledette, dense di noia e miseria. La faccia padana, di figlio delle terre del po’, un tempo forse è stata bella, quella faccia, chissà?

Lo desidero, desidero ricostruirlo, interamente, deve diventare solo spirito. Lavorare le sue carni, prima che la vita finisca lo scempio che ha cominciato con il suo corpo.

 

Oh lei, si lei la sua compagna, la mia seconda è meravigliosamente ributtante, si muove rachitica su due gamberline che sembra non possano trattenere null’altro che pena. Lo so, potrebbe sembrare esagerata la mia ricostruzione di fatti e pensieri che già sono stati, non è così, sto vivendo esattamente le sensazioni che hanno accompagnato l’inizio della mia opera. So di non essere una buona narratrice, ma sono una ricordante, cioè ricordo, del resto, sono un’artista visiva, più delle parole farò si che le immagini parlino.

Lei, si nota appena, come se non le riuscisse di emergere dal restante umano, le sue manine sempre in movimento, m’affascinano. Si vede che è povera, ma lo è dignitosamente. Anche lei è come il marito rassegnata a giornate tetre di nulla vestite, ed in più un uomo che spesso ubriaco la picchia selvaggiamente, riversando su di lei frustrazioni eterne. Per poi pentito cercarne il perdono stretto tra le sue braccia consolatrici, e sempre lei lo consola, sempre lo accetta

Soffre molto perché ha perso una figlia, no, non l’ho uccisa io, una malattia. Se l’è portata via di notte, e la notte da allora s’è avvinghiata ai loro cuori che io presto con gioia e dolore libererò.

Era bella, lo si vede, anche se di quella bellezza non è rimasto quasi nulla, e nemmeno un rossetto spiaccicato riesce a darle più vita.

Anche mia madre era bella, quando si truccava di nascosto, come se dovesse andare chissà dove, e danzava, la vedevo, vestita come una puttana, lo ricordo con piacere, lei avvinghiata ad un cuscino, in preda a raptus di flamenco, e poi quando da lontano sentiva arrivare il babbo, spegneva la musica, e si lavava la faccia lorda di vita, e si rituffava nel suo inferno che si chiamava famiglia. Come odio ancora oggi la sua totale sottomissione. Forse odio più lei di quanto mai abbia odiato l’escremento rabbioso con la faccia di mio padre! Dovrei meditare su questo. Comunque come ho già detto, loro non ci sono più quindi il mio odio è dannoso per la mia crescita quanto inutile!

 

Ho paura della sofferenza degli altri, questo lo devo dire, altrimenti voi, o tu fantomatico lettore, non capiresti. Ho tanto temuto la sofferenza da desiderare di diventare un unguento magico, in grado di liberare i cuori dal dolore.

Questo io faccio, libero i cuori dalla pena, li scelgo in base alla sofferenza che in loro riconosco, li vedo camminare, li seguo, da vicino, non mi notano, perché so tramutarmi in numero, so vestirmi di nulla, ed il nulla chi lo vede? E quando sono pronta comincio.

 

Mi sento sporca, lurida, lurida è un rafforzativo, di sporca, forse sporca sarebbe bastato, ma io devo sempre e comunque portare cintura e bretelle. E questo fiume maledetto che m’insozza, e non so che fare, non sono nata per sguazzare in questa melma, sono come un angelo caduto, al quale DIO ha affidato una missione, la mia salvezza passa attraverso l’opera che sto creando, non c’è nulla da fare, ho dovuto accettare il fatto d’essere segnata.

Del resto che io ero segnata lo si capiva già dai miei sogni ricorrenti, Ricordo che quando parlavo a mia madre di quel vecchio che mi chiamava lei si faceva il segno della croce. Però qualcosa nel suo comportamento mi diceva che lei lo conosceva, si quel vecchio. Del resto lei era fuggita dal Messico, da quello che ricordavo, mio padre l’aveva trascinata con se con la forza del suo amore, o della sua fede. Una cosa mi chiedevo: perché le voci che udivo erano le voci dell’induismo e non la voce di Quetzacoatl? Ma forse non c’era tanta differenza tra Visnù e Quetzacoatl!

 

La mia casa è assoluta, d’un vuoto immanente, non contiene alcun ricordo, è vergine estremamente essenziale.

Mi rappresenta, il nulla che si veste, il nulla che conversa, il nulla che crede di vivere, il nulla che dilaga, il nulla che devasta, all’infinito. Le pareti sono completamente bianche, pure, inducono alla meditazione, i pochi mobili, sono essenziali come la casa, tutto concorre ad evidenziare la mia estrema organizzazione alla vita!

Da questa casa sorge l’opera. Ho una sala per il montaggio sia video che sonoro, e sono brava, so lavorare immagini e tramutarle in arte visiva. Anche la musica che ascolto è mia, composta da me. Sono fenomenale lo so, merito quel successo che ancora non ho. Dovrei, si, devo scindere l’artista dal mio ego spirituale.

Oh babbo io canto la canzone di CAM, camitica, con inciso nella carne nuda il marchio di CAINO, mio vero padre e maestro. Come il canto di Giobbe, la sua pena il suo lamento di fronte a Dio. Io sono Il Giobbe femminile, l’Elia, l’Ezechiele cosmico, anche se altri sono ora i miei santi, ma unica è la voce del Dio che servo.

Babbo quanto ti ho odiato, ma sto espiando la mia colpa, con la missione che ho accettato dal Dio!

 

Io credo nella reincarnazione, e nelle sfere planetarie, nulla si distrugge, la morte è un illusione, io lo so. Si diventa differenti. Ma c’è una legge che non si può trasgredire, mai, la più importante, io ne so qualcosa, mi ha avvelenato l’esistenza, la legge dell’indennizzo. Devo spiegarvi cos’è, a costo d’essere pedante. Occorre pagare i debiti contratti con la vita, sempre, se non in questa vita, nelle prossime, e se non si paga il conto, si ritorna qui, in questo mondo di dolore. Anche Gesù diceva che ciò che qui si lega anche di la sarà legato. Come dire che per rinascere ai pianeti superiori, occorra soffrire quanto ci tocca, e se lo si fa in una vita sola, tanto meglio, ed è questo quello che io faccio.

 

Ho messo fiori davanti all’altare, ho recitato i MANTRA propiziatori ed il Padre nostro. Se notate differenze notevoli tra carattere e carattere, sappiate che intendo simulare il tono che io uso nell’esprimere il concetto, cioè, l’intensità sonora!

Mi sono purificata bagnandomi con acqua BENEDETTA. Non devo sbagliare nulla, ne scordare alcun rito, è essenziale per la mia crescita spirituale, e per la buona riuscita dell’opera. Ogni oggetto è al posto giusto, ho caricato l’orologio ho fatto tante cose, posso uscire.

 

Mi chiamo Laksmi shiva! Si tratta del nome che ho scelto, Avrei potuto dato le mie visioni scegliere MITLA, ma Laksmi Shiva è più adatto alla mia missione. Un nome che è l’associazione estemporanea di due divinità indiane. Laksmi è la dea della fortuna compagna di Visnù, dispensatrice di gioia. Shiva è la terza divinità della trimurti, il suo compito è quello di distruggere l’universo materiale alla fine di ogni ciclo, prima della rinascita di nuovi universi nei cicli successivi. Rappresenta la distruzione del nostro falso se, e forse la morte che non esiste.

 

Stavo, si quel primo giorno della prima vera opera, stavo camminando attenta a non calpestare le righe del marciapiede. Cercavo di eludere il richiamo delle cose, poiché se avessi ceduto, avrei dovuto toccare tutto, come una condizione spirituale, ero costretta a sfiorare le cose che attiravano la mia attenzione, e seppure m’imponessi di non farlo, anche quando riuscivo ad andare oltre, dovevo inesorabilmente tornare indietro e TOCCARE.

Sia con la destra che con la sinistra. Non è pazzia, si chiama fobia, e tutti viviamo con fobie più o meno evidenti, più o meno pericolose, alcuni le subiscono, altri ci convivono, io ci convivo. Ad esempio ieri, ho visto la vetrina dell’orologiaio, ed era sporca, nel punto dove la gente s’avvicina con la bocca per osservare la merce esposta. Ho dovuto pulirla, tre volte sono tornata indietro conscia di non avere fatto un buon lavoro, poi, seppure a malincuore, mi sono allontanata, ma so di non avere fatto un buon lavoro, quindi ci stavo ritornando, prima di recarmi da loro, e sapevo che non avrei potuto compiere un buon lavoro se la vetrina fosse rimasta sporca.

 

L’ora suprema è giunta, io Laksmi Shiva, sono pronta, mi vedo come fosse adesso. Controllo che tutto sia nell’auto, tutto Ciò che mi occorre per il rito della purificazione.

Il palazzo fatiscente dove loro risiedono, è davanti a me, sono emozionata. Entro dal portone sgangherato, salgo scale buie, sento odori di minestra riscaldata e voci di bimbo, e cani e televisioni, la vita comune che si snoda. La vita degli inconsapevoli. Tocco il corrimano, e sento le PRESENZE che popolano la salita, io sono uno strumento di Dio, consapevole, questo mi differenzia dalla maggioranza del restante umano, io so.

Aleggia nelle scale l’incuria della povertà e della perdita della memoria d’appartenenza.

Mi sono preparata la parte della recita, mi presenterò come una rappresentante di vini della ditta Marpos, chiederò un loro parere sulla qualità del vino, ed il vino sarà drogato, se decidessero di non bere ho altre risorse, tipo biscotti e pasticcini.

Il regista segue la mia salita interminabile con inquadrature sfuggenti. Se ci fosse un regista sarebbe uno splendido film, ma so che lo sarà.

 

Driin! Il campanello suona ed è come fosse la mia voce, lui apre e nota la mia profonda scollatura.

“ Buongiorno signore! “ Intono melodiosa come un usignolo, lui strabuzza gli occhi, probabilmente si chiede se io non sia una visione e dice:

“Buongiorno a lei, mi dica ha bisogno di qualcosa? “L’uomo ha la barba incolta, una canottiera unta e bisunta, trasuda incuria, fingo di non vedere e rispondo:

“Vede, io rappresento una nota azienda produttrice di vino e..” M’interrompe dispiaciuto:

“ Mi dispiace bella bambina, ma non possiamo comprare nulla, vede io non ho lavoro e..” Faccio un gesto con la mano e dico dolcemente più che posso:

“Oh, non dovete preoccuparvi, io non voglio vendervi nulla! “ Lui è sorpreso.

“A no? “

“ No, e che sto facendo una ricerca di mercato, vorrei semplicemente che assaggiaste il mio vino e che mi diceste come lo trovate, ed insieme compileremo un questionario con le vostre risposte! “ Lui è ancora incerto. “ Vede se poteste aiutarmi, “ Dico sbattendo le palpebre come un cerbiatto. “ Sa questo lavoro è precario, se potessi portare ai miei superiori un buon risultato forse potrei essere assunta definitivamente. Se solo poteste aiutarmi! “ Il mio tono è supplichevole, lui s’intenerisce palesemente e dice con aria paterna:

“ Quand’è così, entri pure, la mia umile dimora è la sua! “ E’ euforico, mi fa entrare.

Non mi ci è voluto molto per convincerli, sono dentro, lui è attratto dalla mia scollatura e ride di continuo, lei è fragile come quel passerotto che ricordavo.

“ Desidera qualcosa signorina? “ Chiede con una voce melodiosa d’altri tempi.

“ Un caffè grazie, se non è troppo disturbo! “

“ Si figuri è un piacere per me, lo preparo subito! “ La sua voce m’intristisce alquanto.

La casa è grigia è spenta, come i quadri appesi, tutto sa di vecchio e stantio di già finito, come se io che sono la morte, fossi attesa, come se essi stessi m’avessero invocato, e forse è cosi, forse io capto intimamente le loro voci che gridano: vieni o morte e liberaci dal dolore che ci strazia!

Lui parla di continuo non si ferma un istante, vorrei avere un interruttore per poterlo spegnere. Non so come, ma mi ritrovo a guardare le foto della loro gioventù, il giardino dei ricordi, da piccoli, ragazzi e grandi, la figlia, la gioia ed il dolore di lacrime tremende che non riesco a fermare, mi trovo tra le braccia lei, la tenera che libererò per prima, il suo dolore mi devasta.

“ Vede come era bella la mia bambina, le assomigliava un poco. “ In verità non mi assomigliava minimamente, ma non glielo dico. Lei piange, inarrestabile. Anche lui apparentemente più insensibile piange ed è una catarsi.

“ Sapesse com’è dura e disperata la nostra vita senza di lei, a volte penso che la morte sarebbe una liberazione! “ Mi dice lei, ho un brivido, lui sorride le asciuga le lacrime e dice:

“Ma cosa dici stupidina, la vita può essere ancora bella per noi, e poi stiamo annoiando questa bella signorina, dai asciugati le lacrime! “

Poi si beve, io fingo, loro no, bevono sorridendo, come se fosse una festa solenne, bevono e piano li vedo cedere, non capiscono, un ultimo gemito ed eccoli addormentati privi di forze, passeranno dal sonno alla morte e non s’accorgeranno di nulla, si risveglieranno nel mondo spirituale grati d’essere stati liberati, incontreranno le loro anime vicine, la figlia e gli altri loro congiunti, poi s’involeranno in spazi senza fine liberi e sereni. Oh si Dio quanto è grande la mia missione!

 

Ho preparato l’allestimento della scena, ho un registratore dal quale esce una musica adatta, la mia musica, ho campionato alcuni suoni tibetani, contrapposti alla chitarra suadente di Steve Ray Vaghaun. Alcune percussioni africane e la mia voce filtrata che recita alcuni mantra propiziatori che ho studiato in un Asrham in India. Ho scelto quella che presumo sia la stanza dove dormiva la figlia, ho chiuso in un ripostiglio le poche cose che conteneva. Ho appeso alle pareti le loro foto, ho tracciato un percorso con la vernice rossa che conduce al centro della stanza, dove su di una sedia giace lei nuda e senza forze, inerte come una marionetta alla quale sono stati stappati i fili. Ho preparato la videocamera, sarà un’unica inquadratura fissa, poiché inquadra la stanza nella sua interezza. Sono pronta, recito una poesia come fosse una preghiera:

 

 

 

 

Quando si sveglieranno

Le solitudini nascoste

E disperazioni senza età

Si mostreranno a noi

Quando alberi senza foglie

Emaneranno un profumo di morte

Come in un incubo senza fine

Allora solo allora

I senatori della morte

Si sveglieranno

E canteranno ancora.

 

Dio ha fatto esperimenti, ne sono certa, non è sorto tutto cosi com’è, lui ha provato e riprovato, come faccio io che cerco il gesto artistico perfetto, provo e riprovo. Forse per caso Dio si accorse che racchiusa in uno dei suoi innumerevoli gesti artistici era la vita. Anche lui giustamente riteneva i corpi solo scatole vuote, da riempire, poi venne Prometeo o ciò che rappresenta, il fuoco della consapevolezza che risplendette nei corpi trasformandoli da scatole vuote a contenitori d’anima. Davanti a me avevo una donna che m’apprestavo a rendere consapevole, da scatola vuota di consapevolezza sarebbe ben presto divenuta pura consapevolezza, pronta a rientrare in una scatola e riempirla. L’arte è incorporea, energia che si propaga libera, ed è chiaro che essa perde forza nel tramutarsi in oggetto. Nell’azione perde la sua energia naturale, ma al di là dell’azione resta l’opera.

 

Sussurro mantra estatici mentre mi avvicino a lei, l’ho dipinta di rosso e ocra, le ho messo un braccio dietro alla testa, ho dovuto spezzarlo perché assumesse la posizione che io volevo. L’altro braccio è posato su di un ginocchio, le ho asportato prima un seno, poi l’altro, nel tentativo di cancellarle la sua venefica femminilità, è meraviglioso vedere il sangue che si mischia all’ocra. Ancora viva mentre le dipingo le labbra e le brucio gli occhi. Non è gratuito ciò che faccio, non è dolore e basta, seguo un rituale, la cancellazione dell’identità umana con l’asportazione delle differenziazioni sessuali e degli organi di senso. Dopo gli occhi la lingua il tatto le orecchie e la vagina. Non è ancora morta, poiché la sento gemere, forse soffre più del dovuto, decido di smettere, sono completamente bagnata del suo sangue e del mio orgasmo, sapevo che il rosso del sangue si sarebbe intonato al verdepisello della mia gonnellina ed al nero notte del mio reggiseno. Ed ecco l’atto finale con il taglio della giugulare, come se la vedessi volare in alto, recito il mantra della partenza dedicato a Shiva il grande. Sono stanca, ma non posso fermarmi, c’è ancora lui!

L’ho trascinato con fatica e l’ho immerso nel sangue di lei. Ho studiato per lui il rito egiziano dello svuotamento delle viscere, la preparazione alla mummificazione. Il simbolo del nostro essere mummificati all’interno d’un corpo limitato. Mi esalta il pensiero della loro estrema unione di morte, amo tutto questo, spero che un giorno Dio mi permetta d’entrare in un opera a questo modo, penso a lei che libera forse m’osserva e mi ama, ed ha fretta di incontrarsi con lui, senza il peso del corpo e della colpa.

Taglio esce sangue, già s’intravedono le budella uscire quando apre gli occhi e geme, sente dolore, ansima, ma non ha forza, si trascina ed è bellissimo, la videocamera riprende tutto, gli ordino di recitare un mantra propiziatorio, un mantra che fa parte del libro tibetano dei morti, il Bar-do thos grol. Il testo dell’autoliberazione nell’udire. Cerco d’insegnarglielo, non capisce, chiede perché. Lo recito io per lui. Poi taglio ancora e lo svuoto, mentre mi guarda, quando è completamente vuoto, so che è morto, io sono esausta, come ultimo gesto slego lei e le inserisco la testa all’interno dello stomaco del marito. Poi con il loro sangue scrivo l’ultima banalissima frase: L’amore si fagocita da se!

 

Tutto tace, la musica si è disciolta nel rito, la videocamera è spenta io giaccio seduta nel loro sangue, esausta ma consapevole della purezza del mio rito. Resto così forse ore in preda a qualcosa di mistico ed inebriante. La messa è finita, forse ancora più sacro di una messa, che è solo la ripetizione della morte del Cristo, o l’emblema del cannibalismo di una fede che per sopravvivere non fa altro che cibarsi in continuazione del suo creatore come agnello sacrificale: Questo è il corpo di Dio, Questo è il sangue di Dio. Mangiatene e bevetene e raggiungerete la vita eterna!

Ed ecco davanti a me le prime vittime sacrificali anche se la parola sacrificio mal s’intona con la mia opera. Ai tempi del Ramayana, s’offrivano spontaneamente volontari, poiché sapevano che il sacrificio della loro vita sarebbe valso a fargli raggiungere le sfere planetarie superiori. Isacco stesso fu ben lieto d’essere scelto come sacrificio a Dio. Il grande Vashistha volle offrire i suoi figli al Dio. E loro accettarono di buon grado. Forse un giorno le persone spontaneamente verranno a me per essere liberate ed entrare in un opera che si perpetuerà. Del resto sarà inevitabile che dopo essere passati oltre alla necessaria sofferenza che io elargisco tutti potranno vedere la grandezza divina di ciò che faccio.

 

Le voci si sono placate, posso rialzarmi, so che devo pulire cancellando ogni segno del mio passaggio. Lascerò inalterata solo la stanza dell’opera. Dovranno trovarla così com’è, per confrontarla con il video che spedirò a tutte le televisioni indipendenti ed ai giornali. La mia opera ne sono certa, diventerà famosa, così come il mio nome.

Ho preparato, dopo avere pulito, un altarino con la croce e l’immagine di Krisnha. Ho recitato alcuni ,mantra e sette Pater noster. Poi ho fatto una doccia, perché voglio uscire, per poi tornare a dormire qui dove loro attendono chi li condurrà altrove, si perché per alcune ore le loro anime saranno legate all’ultimo luogo dove hanno vissuto.

Mi sono vestita bene, ho messo in mostra tutto quello che si può mostrare di un corpo senza apparire indecenti. So d’essere bella e desiderata, e mi piace tanto, sono le 23 e 30 quando sono pronta per uscire!

 

Quello che sto scrivendo è più di un diario, è un resoconto di ciò che è successo e del perché. Quello che mi sto preparando a fare è importante, ma non voglio che venga cancellato nulla. Perché scrivo questo, lo capirete più avanti, non posso anticipare nulla, non capireste chi sono e perché lo sono, se io anticipassi anche una sola parola dell’accaduto, tutto deve seguire il giusto corso. Quindi, quando fui pronta per uscire dalla casa chiesa, uscii.

La notte m’accolse fredda, fredde le luci dei lampioni ed i fari delle auto. Sapevo dove andare, una specie di Night malfamato ma non troppo, dove all’occorrenza si poteva anche stare soli in pace ascoltando la musica ad un volume accettabile.

Volevo bere, fino a scoppiare vedendo volti nuovi da studiare, e magari da liberare. Volevo essere toccata, mangiata da un uomo, e divorarlo a mia volta. Volevo stordirmi, ero confusa dopo la mia prima vera opera.

Entrai in un locale, quello che cercavo. Alcuni uomini soli erano seduti al banco, mi guardarono, lessi il desiderio. Mi piaceva essere spogliata con lo sguardo. Lo trovavo insopportabile da ragazzina, quando vecchi bavosi mi guardavano, Dio se li odiavo quando mi sorridevano untuosi, o quando cercavano ogni pretesto per toccarmi. Ma era diverso, adesso io dirigevo le danze, e quando un uomo mi voleva, lo facevo morire prima di darmi a lui, e quando anche mi davo, ero io a prendere da lui tutto ciò che mi occorreva. La chiamavo la vendetta di Eva, cantante di follia.

Di solito non amavo starmene in mezzo alla gente, amo l’individuo, ma quando esso si tramuta in folla lo disprezzo. Ma quella sera era diverso.

Quando vedevo qualcuno dovevo osservarlo attentamente, un’altra delle mie fobie, quello stronzo di Alberti diceva che il riconoscere le proprie fobie ci aiuta a sconfiggerle. Cazzate, io le riconosco, eppure loro resistono, ma forse io non voglio veramente sconfiggerle, mi piacciono. Quindi espletai il rito, li guardai tutti. Uomini e donne, poche donne, sole o in compagnia. Probabilmente battone. Mi sedetti al banco, ordinai una birra ghiacciata e mi rossettai le labbra con fare noncurante, sapevo che gli uomini andavano pazzi per quel gesto. Lo feci con calma. Mi guardavano ed io ci sguazzavo. Poi mi feci passare uno straccio dal barista, pulii il banco più volte, lui mi guardò strano, ma me ne fregai. Al mio fianco vidi un uomo che mi pareva di conoscere, forse in un’altra vita. Abbastanza interessante da entrare in una mia opera. Lo immaginai mentre mi stuzzicava la vagina e mentre lo mordevo sul collo, si non era male. Aveva una bocca morbida e sinuosa e le mani forti, tanto da stringermi i capezzoli e farmi godere.

 

Prendo la mia birra e mi dirigo ad un tavolino, penso che lui forse mi segue, ma non lo fa. Il fumo è tanto, si soffoca, però sto bene, quindi m’immergo nella musica. Non mi nota più nessuno, e non me ne dispiace, anche se avrei voluto conoscere il ragazzo che mi guardava. Fa niente. Alcuni sono soli, altri giocano a carte, in un angolo una coppia litiga, poi lei si alza e se ne va. Facce contratte tese, tristi, è la vita che si snoda su volti tirati. So dell’infelicità che aleggia come un avvoltoio, io la combatto con la mia opera.

Non volevo sentirmi triste dopo quello che avevo fatto, ed era solo l’inizio, già l’indomani il mondo avrebbe cominciato ad elaborare teorie sulla mia identità. Forse all’inizio avrebbero pensato ad una qualche forma di pazzia che mi dilaniava, poi avrebbero capito il mio scopo. A questo pensavo seduta a quel tavolino, pensavo che il mio umore ascensorato non doveva influire sulla mia interiorità. Voglio che sia chiaro, io anche ora che sono diversa e che lo sto diventando ancora di più, anche ora che sto fuggendo e che ho preso alcune decisioni, anche adesso che analizzo ciò che ho fatto alla luce delle mie nuove scoperte, non vedo l’altra me che uccideva come una pazza, anzi la vedo ancora grande, di una grandezza che respinge tutta la mediocrità che la circonda.

Si, bevevo, bevo poiché mi vedo come fosse ora, bevo fino a scoppiare, ma non mi ubriaco mai. Le mura che mi avvolgono sono giallastre, come la musica che sale, catarrosa come Tom Waits, infida come una chitarra distorta, puttana come un violino, materna come una fisarmonica e paterna come la grancassa che io ero per chi mi batteva, caro babbo ti fosti almeno spellato le mani. Sono avvinghiata al mio bicchiere che si è svuotato e riempito tante volte, osservo alcune mosche che ronzano come le mosche\parola che volano basse, all’improvviso so cosa voglio, voglio un uomo!

Mentre nella testa scoppia il grido di desiderio, lui si siede e mi sorride.

“Ciao, posso sedermi?”

“Se vuoi.” Fingo disinteresse, lui m’osserva in silenzio, poi sorride:

“ Se disturbo me ne vado, scegli tu.”

“ Per fare quattro chiacchiere puoi restare, basta che non parliamo di sport! “ Lui ride! Lo conosco! Riconosco la sua risata che non sentivo da tanti anni. Lui parla ancora ma io ho i brividi e tremo Dio mio, lui, il mio perduto amore che mai ha saputo di me, di quanto io l’avessi amato, il maledetto bastardo è qui!

“ No, se uno guardando te pensa allo sport è da ricovero.” Sorrido, ma vorrei gridare, certo è più sciupato di un tempo, ma ancora bello, anzi forse di più. Del resto anch’io sono cambiata, visto che non mi riconosce.

“ C’è qualcosa che non va? “ Mi chiede premuroso, io rispondo che va tutto bene, lui sorride ancora ed ordina da bere, a lui una birra, e a me un martini.

“Certo che ci dai e? “

“ Cosa intendi?” Chiedo.

“ Non offenderti, ma ti ho visto bere parecchio.”

“ E allora? Qualche problema, mica te l’ho chiesto io di sederti! “

“ Dai dai, calmati, io non sono certo un astemio, era per parlare, forse anche tu ne hai voglia di parlare, non lo so, è così poca la gente con cui discutere di qualcosa, tu mi sembri interessante, forse anche perché parlo solo io! “ Ride, ed io rido con lui. Poi continua, senza freni parla di se ad ogni istante, logorroico come allora, è ancora un poeta, del resto non avevo dubbi che lo fosse ancora, mica uno si alza poeta e decide di non esserlo più, semmai non scrive più, ma che c’entra, uno può essere poeta e non scrivere un’accidente, oppure scrivere una sola grande poesia. Sarebbe già sufficiente. Non si rende conto di quanto parla di se, e di quanto poco io gli dico di me, del resto gli uomini sono così, hanno la tendenza a fare spettacolo di tutto, anche del loro vittimismo. Lui è sposato, o meglio lo era, lei poverina da quello che ho capito, lo ama ancora, ma non c’è la faceva più a convivere con un fallito. Perché che lui è un fallito, lo si capisce al primo sguardo. Non importa, me lo leccherei tutto, e mentre lui continua a parlare mi concentro sul suo labbro e penso a quanto lo succhierei, e le sue mani tra le mie cosce. Già lo so che me lo scoperò! Forse lo inserirò nell’opera!

“ Sai quando ero a Londra dice, facevo parte di un gruppo religioso.” Ho un brivido, che mi abbia riconosciuta? No, è solo un caso, sono troppo diversa da quella che lui conosceva.

“ Ci credevo continua, ci credevo veramente, mi avevano convinto che era l’unica possibilità di cambiare il mondo e..”

“ Perché tu lo vuoi cambiare il mondo? E in che cosa lo cambieresti? “

“ E un modo di dire, intendo lottare per qualcosa di meglio che la solita vita di tutti i giorni.”

“ Bisogna stare attenti ai modi di dire, come chi si propone di insegnarti a vincere la paura del buio. Lo sai qual è l’unico modo per vincere la paura del buio? “

“ No, dimmelo tu.”

“ Accendere la luce!” Ride. “ Non ridere, parlo seriamente, l’unico modo per cambiare il proprio mondo, è di andare in un altro già fatto, migliore, senza fare la fatica di farne uno, basta scegliere tra i tanti mondi possibili, che sono tutti dentro!”

“ Cosa intendi, viaggiare con la testa, magari con l’uso di qualche droga?  No, non fa per me!”

“Le droghe non c’entrano in quello che intendo, e nemmeno la testa, io dico realmente andare in altri mondi, spirituali, astrali, causali. Il mondo del sogno, come credono gli aborigeni, come puoi essere certo che ciò che vivi sia la realtà e non il sogno di qualcuno che viaggia in tanti mondi, compreso il nostro? “

“ Cara non so chi sei, il discorso si fa peso, troppo peso, ed io non ho la testa sufficientemente attiva, e poi ho altri progetti per la notte, se permetti ti mostro la mia idea di conversazione intelligente con una donna bella come te!” Mi prende la mano e me la bacia, Non resisto al suo fascino, non è più il ragazzone pieno di brio che ricordavo, forse più ambiguo, ma il fascino c’è tutto, penso nel mettergli la lingua in bocca e riempirlo di saliva. Mi pare che lui abbia cento mani tanto le sento in ogni angolo del mio corpo ed io lo stesso, tocco dove arrivo, e se non riesco spingo. L’ho tanto desiderato da arrivare ad odiarlo, eppure eccoci qui, e lui nemmeno mi riconosce, del resto sono troppo cambiata. Ad un certo punto il barista c’induce di smettere o di andarcene. C’è ne andiamo. Lo porto la dove m’attende l’opera!

Mentre ci avviamo, lui mi stringe come se fosse il mio ragazzo, mi piace, vorrei ridere, vorrei piangere. Lui mi bacia e poi dice:

“ Vedi, è come se ti conoscessi da tanto tempo, lo so che è banale, che tutti gli uomini usano queste parole per fare colpo su di una donna, ma io lo sento veramente, mi sembra di vedere un’altra in te, non lo so, forse sono pazzo, o forse semplicemente in un’altra vita!” Ho un brivido, vorrei urlargli che mi conosce, ma non voglio, non posso.

“Andiamo a casa dei miei dico, tanto loro non ci sono. Ti chiedo solo di stare molto attento, a non farti vedere. Non voglio che i miei sappiano che porto uomini in casa loro!”

“Perché, c’è ne sono altri che hanno questo privilegio?”

“No sciocco, è un modo di dire!”

“Bisogna fare molta attenzione ai modi di dire, me lo hai detto proprio tu prima, ricordi?” Riesce a farmi ancora ridere, ma cos’ha quest’uomo maledetto che è riuscito a strapparmi più risate in una sera che in tutta la mia squallida esistenza. Dovrei ucciderlo solo per questo motivo, pensavo mentre salivo le scale, lo avevo lasciato di sotto, sarebbe salito più tardi, un quarto d’ora dopo, sorrise anche di questo, ma accettò.

 

DENTRO! SIAMO DENTRO!

Nota il grigiore delle pareti nude a parte qualche madonna compiacente che sorride fredda come freddo è il metallo della croce che troneggia sulla porta della stanza che contiene l’opera divina. Accendo il mio registratore, musica mia, a lui sembra piacere, sono contenta. Mentre aspettava di sotto, ho pulito una macchia di sangue che usciva dalla porta, e vi ho spostato un mobile contro. Lui lo nota!

“ Cosa c’è in quella stanza? “

“Niente, non c’è nessuna stanza, i miei hanno rimpicciolito l’appartamento vendendo due stanze, e non hanno mai tolto la porta, c’è un muro. Forse, sai, volevano avere la sensazione che la stanza fosse ancora loro, vedi ci dormiva mia sorella che è morta!”

“Mi dispiace!”

“E di che? Non la conoscevi nemmeno!”

“E lo stesso, mi dispiace della morte!”

“Allora dovrebbe dispiacerti quando muore chiunque!”

“So che sono patetico, ma è così, so soffrire per il dolore di chiunque, forse soffro proprio perché esiste il dolore!”

“Non è patetico, anzi, ti fa onore, non capita tutti i giorni di conoscere un vero modello di sofferente, sono contenta. Non fare quella faccia, non ti prendo in giro, scherzo per sdrammatizzare, ma sono veramente contenta d’averti conosciuto!”

 

Tutto finito, l’autore dei dialoghi si è scocciato, del resto che altro dire, due persone sensibili s’incontrano, conversano amabilmente di filosofia, e poi scopano come matti, già, perché lui, mi ricordo come se fosse adesso, non faceva altro che leccare, come un assatanato, sentivo la sua lingua in ogni orifizio, era in grado d’esplorare ogni tipo d’anfratto umido e buio. E le sue mani erano grandi e ruvide, come carta vetrata, tanto ero rossa, lo sapevo, eppure mi piaceva sentire le sue dita che mi stritolavano i capezzoli, lecca sfrega bacia soffia e rilecca ribacia risoffia succhia, poi si ferma un attimo, credo che finalmente voglia penetrarmi, quando invece il suo cazzo duro mi scivola tra le labbra, non mi faccio pregare, lo succhio, così forte che potrei staccarglielo di netto, non lo faccio, perché ancora ne ho bisogno, quindi come se avesse capito, finalmente mi prende ed io in quell’attimo sono veramente sua, scopa spinge, uno stantuffo, una locomotiva, non si ferma mai, mai, godo immensamente, come non ho mai goduto, credo d’avere inzuppato lenzuola e materasso, finalmente sento che vuole venire:

“Vienimi dentro ti prego!” Sussurro e lui scoppia, m’inonda. Ha un orgasmo violento, poi s’accascia tra le mie braccia. Io penso a come ucciderlo ed inserirlo nell’opera, quando lui mi sussurra come un bambino tenero e profumato:

“Cara, mi sembra d’averti sempre aspettato e finalmente trovato, mi sento come Parsifal quando s’accorse d’avere trovato il sacro Graal! Non lasciarmi mai più!” M’intenerisce totalmente e già lo amo quindi non l’uccido!

 

Già lo amavo, come avrei potuto ucciderlo? Lui s’addormenta, ed io immagino un’altra vita. Mi sento l’eroina della mia visione, Mitla, allora lui dovrebbe essere Tulac. So che ora voi non potete capire chi siano Mitla e Tulac, non avrei nemmeno dovuto accennarne in questo momento, non è ancora giunto il tempo, ma ve ne parlerò più avanti.

Sono triste, perché la porta s’aprirà, e lui vedrà, e di certo non capirà. Forse quando vedrà il video, e leggerà i resoconti sui giornali, forse allora si che capirà. In ogni modo di certo non riuscirà a convivere con il mito che sorgerà da questa mia prima opera.

Pensavo che se l’avessi ritrovato prima, forse non avrei cominciato nulla, ma poi ricordai la missione. Sapevo che era inevitabile la separazione, io cercavo la liberazione, la conoscenza, lui semplicemente la vita.

 

Giunse infine la mattina, lui dormiva, lo guardai, sembrava un bimbo. Gli preparai un caffè e lo svegliai. Si sentiva a suo agio, si stiracchiò, poi volle baciarmi, mi strinse forte. Io volevo piangere. Pensavo che si trova quel che si cerca solo quando oramai si ha rinunciato all’idea di trovarlo. Troppo tardi amore! Piano piano si veste, mi abbraccia, fissiamo un appuntamento per la sera, ma io so che non ci vedremo mai più!