OF VOICE AND MEN

LYRICS

Ossessivo ritmo di bottiglie tintinnanti e bicchieri fluttuanti
Osservare dalla sfera di luce un buio ridondante
Avvinghiato ad anime in carne morta.
Una tomba, come sorriso falso del mercante di amenità,
quello che scrivo, forse ubriaco rimbomba in un cuore infartuato
la crescita esponenziale del commercio di bimbi arrossati nel deserto di nero petrolio
la mediocre oscena vomitante riluttanza allo straniero
ne faccio parte pur se nuoto senza fiato in un mare di lacrime,
costruisco doloranti affreschi per rendere reale un futuro che sa di morte.
La campana ritma la scena vuota nessun grido sa poetare la notte
Io, bevo e bevo, e poi bevo, assurdamente compiaciuto dello sprofondare,
in mari di silenziosa assuefazione occidentale.
Ma chi cazzo sente la straziante infinita ridicola e ridondante egoica pena?
Abuso dell’aggettivo, ne sono estremamente consapevole,
poetante la mia inerte e casuale ispirazione, ma,
l’essere poeta non placa la distonica ermetica e futurante visione della deflagrazione.
Nulla sono, nulla sarò!
Ansimante la  strada
così deserta di fiori
polvere asmatica gratta le giunture
Fingo d’essere una radice, ma sono pioggia
annaspano calde mani dal saluto negato
Vivo mio malgrado in questa terra dolente
Mentre grida l’amore dalla voce tonante
L’armonico dissolve il gelo
E musica in divenire dal canto portante
Sono talmente vuoto che rimbomba il mio cuore
Mi stendo come la brezza disciolta nella sera
Come la nebbia purpurea nei campi avvelenati
Come l’impetuoso rimbombare della guerra
Così lontana seppur vicina
Ho paura dello straniero
Che è il mio compagno di banco
Il vicino di casa, il medico, la fornaia, il pasticciere
Il mio viso allo specchio velato di vigliacco silenzio…
Mamma ero radice, tu eri radice, mio padre denso d’amore, una radice
Aggrappata alla terra dura…
Ora vago con gambe molli alla ricerca dell’infelicità sconosciuta…
Nonno, tu lo sapevi che in un mondo di isole
Siamo estremi stranieri a noi stessi e agli altri…

Sono dentro ad un mantra informatico
Danzano i neuroni l’avvenire in pose oscene
Lo schermo è un occhio piatto che mi conosce
Virtuale non è il non reale ma un reale diverso
La moltitudine pare assente nella presenza
Mi hanno impiantato un microchip
Ora appartengo all’insieme sono a tutti gli effetti
Un essere sociale non controllo ma appartenenza al sistema
Immagini scorrono aliene di mondi bui dietro alla porta
Dove  scoppi  di bombe sciamano in deserti di pece
Basta un clic per cambiare post e tutto s’acquieta.
Dentro al mio mantra informatico ho amici con nik diversi
Le strade incontro dove gli amanti inseguono il bacio di carne
Sono altrove dove la carne ed il sangue governano
Questa è la casa dei neuroni che giocano a ping pong
Io sono la ragione del mio stesso proseguire all’interno di me
Gli amanti di carne sorseggiano le risa della terra
Gli amanti perfetti sorseggiano le lacrime della terra
C’è una guerra sullo schermo non mi piace ma non c’è il tasto da premere per confermarlo
Questa guerra non finisce semplicemente premendo cancel
Sono dentro ad un mantra informatico
Neuroni danzano l’avvenire in pose oscene
Lo schermo è un occhio piatto che mi conosce
Virtuale non è il non reale ma un reale diverso

Plastica lucente nelle acque chiare
Scorie radioattive di una civiltà al suo culmine
In un mare che vivo ansima beffato
Macelli addolorati sulla tavola imbandita
Si disquisisce amabilmente sull’altrui sofferenza
Da questi simulacri virtuali
E quelli arrivano con i loro stracci a mostrarci
Impuniti la loro pena
Oh mia amata terra di Sumer, assiria lucente
Oh Babilonia dalle alte terrazze
Vanno ad ovest le carovane dei pellegrini
Ad Oriente pozze nere ardono
Potessi essere te mia amata madre terra
E rivoltare tutto in un sussulto
Ed un mare antico potessi vedere un giorno
La brezza sottile d’un miraggio di porpora luminante
All’imbrunire
E madri nelle aie di canto con bambini danzanti
“Potessi esser foco e bruciare tutto il dolore in un coro ambra!”
Radice, sequoia, fuscello. La tempesta
Finestra, aperta, seppur vuota.
La strada
Se mi fossi trattenuto in quel denso bacio
Se avessi protratto il contatto
Se avessi espresso un cielo d’amore
Non lacrimerei questo giorno di pioggia.
Ma non era quella l’ora del consolare
Io mi distendo sulla soglia di un passaggio
E ovunque sensibili folate di vento
Sussurra la voce del rimpianto
Non era l’ora dell’abbraccio ne del miraggio
Radice la fragile consistenza inerte
Urla di me la voce eppure c’è un silenzio che tace
Sono affranto danzo  controtempo
Come zingaro alla deriva
Ho una roccia nel cuore fattosi pietra
Di te madre ho perso ogni minuto
In questa terra che non mi conosce
E’ tempo di condividere l’assenza
Tempo di estrema partenza
C’è un ponte di nebbia che separa strade
Poco battute che conducono ovunque
Partecipare, condividere, aggregare
Rivoluzionare cuore asmatico che batte sbatte rotola
Io mi sento la pietra lapidaria
Non angolare, nel muto dialogare
Sono fuori tempo, e non parlo di me, ma del me
Che si vede nello specchio cupo e rotto
Non posso e non voglio comunicare
L’estremo abbandono
Scrivo della brezza di un mattino dondolante
Delle crepe nelle mura dolenti di case sognanti,
che il sogno ha radici di terra e sapore di fieno
E l’erba si stende al tramonto e piedi nudi danzano
La ciminiera del putrido maleodorante progresso
Marchio indelebile in cielo affranto,
disquisiscono i saggi dal video schiumante dell’altrui sofferenza
il mercato boccheggia ansante ed è veleno la sua voce
la borsa divora la plastica deborda da mare d’industria
ed il cielo stesso trasuda gas mefitico
e squama la via del serpente commercialista, avvocato, finanziere,
e le banche cantano la via del dolore,
mentre grida la foresta, mentre grida la sequoia, mentre grida la rondine.
Potrei io stesso stendere l’ala e scorgere tra le ombre un sogno di volo,
andare, altrove dove il silenzio è musica, e la mano carezza gentile,
dove lo sguardo di miele si perde in cuore assetato.
Madre mia, tu mi dicesti che il dolore è antico,
in questo canto in divenire ripete la strofa.
Madre mia, tu mi dicesti che sopra sotto dentro e fuori è tutto amore
È amore dalla cima dei pioppi che danzano
Che danzano
Madre mia, tu mi dicesti che sopra sotto dentro e fuori è tutto amore
È amore dalla cima dei pioppi che danzano
Che danzano

Sono pronto a governare la mia assenza come si accarezza un gatto
Che miagola suadente
So con palese certezza d’essere una palla di nulla che fa colazione in un bar
Con cappuccini schiumanti e veloce presenza d’agglomerati di nulla
Che sembrano umani in divenire
I portici di questa città che cantava note d’aggregazione
Ora svuotata calpestata da orde di cervelli spenti
La massa mi spaventa agorafobia del cuore nelle vene
Private del sangue puro del sogno che danza
Poi aprono le fabbriche, gli uffici, hot dog, pause caffè, parole, costruzioni ardite di sfere di niente
E domani noi non saremo più qui, altre anime si stenderanno consce del nulla da noi salvato.. consce del nulla da noi salvato da noi salvato da noi salvato
La massa mi spaventa  cervelli spenti
Che sembrano umani in divenire
La massa mi spaventa  cervelli spenti
Che sembrano umani in divenire

Dimmi della banca, si quel luogo osceno dove conservano denaro,
o del politico pettinato, dalla foto luminosa,
dimmi della borsa dove giocano osceni uomini grigi che devastano mondi, terzi e quarti,
dimmi del lavoro perduto o della pensione che non arriverà,
dimmi di tua madre ammalata dal tumore devastante,
in ospedale freddo assente, disumanizzato,
o di tuo nonno imbottito di farmaci velenosi,
dimmi dell’allevamento intensivo, del cibo gonfiato, del dolore di vite a me affini,
dimmi, delle parole tante, dei libri cosi densi di possibilità e speranza,
dimmi del tuo dio maschio guerriero, della chiesa dorata e indifferente.
Oppure, acquietati, nel sottile sciogliere della mente, priva del pensiero portante,
io conservo stretto il diario del bimbo che ero, seppure l’odioso retaggio,
mi disgusta, a tal punto che mi gratterei la mente con carta vetrata.
Dimmi che mi ami dillo più volte
Sta crollando il buio nel deserto
L’innocenza non è un giglio Ma di sangue il lezzo dei suoi giorni
La carovana di uomini con la cazzuola
E di donne con un cadavere avvinghiato al seno
Il tutto all’imbrunire in questo immenso niente
Madre di tutte le madri un ora, un ora in cui il nascere s’avverte
E diviene insostenibile il vagare intere ere in cerca di niente
Amami e di notte rammentami e se puoi sopravvivimi
Di niente svestimi rivestimi di baci e carezze insostenibile certezze
Fa che duri la notte Reagisci colpo su colpo
Sii avida perversa succhiami il piacere stordisci il dolore
Non dirmi cio che vedi riflesso nelle mie mani sature di cemento.
Per questo ti chiamerò ancora per questo ti chiamerò moglie per questo ti chiamerò porto
Ho tutto ciò che mi occorre per costruire il muro acqua sabbia cemento pietre
Ho una casa fatta di mura imperforabili ed all’interno una moglie
Ed un camino dal quale esce fumo tutto tranquillo appare.
S’accavallano dal video immagini d’altri orizzonti
Ci si riposa la sera
Ho un letto nel quale immergermi ed al mattino un vestito con il quale avvolgermi
Ci si sveglia di notte
Se la paura fosse viva la vedrei strisciare nelle campagne
Emergere dalla mura come una scimmia sull’albero di natale
Non ho che una briciola di niente e niente siamo io e te in questo vagare
Niente i cadaveri che rotolano dalla mani dalla bocca e dal cuore
Niente le auto che sbavano di mattina La fabbrica che apre o il muro che cresce
Niente la carovana di muratori con la cazzuola
Che costruiscono case dalle quali la notte emerge.
Con pochi denari nelle tasche, sorseggio vino scadente e non amo il mio paese,
paese di debosciati belanti e imbrancati che odiano lo straniero, e gettano i rifiuti dal finestrino,
come quei vecchi disgraziati che dormono sotto i portici con cartoni e stracci,
che deturpano il paesaggio di questa fogna di paese crudele e selvaggio,
paese o nazione, un cazzo di orgoglio patriottico, esce da me come una scoreggia,
non ho talento, ne voglia di lavorare, ne di costruire cattedrali di niente sulla sabbia,
al diavolo la tradizione, ci si masturba l’anima con quello schifo della tradizione,
si costruisce la prigione, di un retaggio maledetto, o memoria svanita,
paese revisionista, religioso, troppo religioso con i suo preti pedofili e dio bianco e guerriero,
fosse vero che ogni cazzo di uomo è un isola, ma non è così,
siamo agglomerati urbani in disfacimento, con la rupe di sparta sempre aperta al grido,
dove cazzo è quella subdola bontà che aleggia nelle chiese di domenica, a natale? E quante sono quelle chiese, che le campane mi stracciano le palle, oramai quasi vuote,
Non vuole lo straniero il maschio italiano che si sbatte la prostituta rumena,
bimbe doloranti in riva al nulla di strade nere, dove orchi senz’anima e dal cazzo moscio ne godono,
vedo di sera, sul cavalcavia della tangenziale, alla rotonda del camionista,
poliziotti giocare con queste bambine, e fingere di non conoscere la loro pena,
questo paese bigotto che non vuole case chiuse, ma cupe strade aperte.
Ci sono tasse da pagare, multe da pagare, pizzi legali da pagare, direzioni di via senza punto d’arrivo,
ci sono mura imperforabili di dolore rappreso come sangue nel cemento,
ci sono bambini avvinghiati ad un video osceno e destrutturante,
madri stupide e compiacenti che dicono: Guardate quanto è bravo mio figlio che azzera il pensiero!
Ci sono ipocriti che pensano che la carne nasca già nel sacchetto di plastica dell’ipermercato,
ipocriti sepolcri imbiancati che si vestono con la Cina sulla pelle, calciano i palloni dei bimbi siriani in Turchia, che indossano i diamanti della sierra leone,  che consumano olio di palma,
che hanno la badante Moldava, lo sguattero filippino, l’operaio di fatica senegalese,
ipocriti che non sanno del mare insanguinato e del traffico umano dei centri d’accoglienza,
detesto questo paese, le sue città museo, le sue banche maleodoranti,
la sua sottomissione alla  missione di pace dalla bomba intelligente in difesa della cultura dominante,
manca a questo paese, la follia dei danzatori, o musici di strada, anarchici dal cuore pregno di utopia,
manca l’utopica sensazione di bello, di casa comune, di aggregazione,
manca il poeta che declama, che vive la sua poesia, come se il cuore e l’anima fossero un unico verso,
manca la primavera, o semplicemente il suo aroma nelle narici bambine,
manca la consapevole allegria in divenire di un sorriso allumante,
manca la comune dove l’amore è libero, perché l’amore se non è libero che amore è?
Manca l’essere ermafrodita o essenza dualistica dell’uno.
La visione di Leonardo, la visione di Cartesio, la visione di mio nonno Ernesto.
Ed ora, in un ora diseguale, alla fine dell’oscuro declamare, che mi resta?
Non ho amici, ne conoscenti, ne strade da percorrere, ho tumuli di ghiaccio dove giace la memoria,
non ho fedi, ne passioni, ne razionali ostentazioni di nulla, ho amore, tanto,
che deborda senza controllo, dalle mani, dalla bocca dal mio sesso turgido,
ho tanto di quell’amore che potrei farne un giardino di margherite, sulla collina,
da dove mia Madre, guardava il tramonto ed aveva la carezza facile….
Segreto amore cosi assoluto che la foglia trema
Amore che sottile la danza dell’airone un mattino
S’alluma il mio corpo che sorride la terra, la mia terra
Che ha radici soffici come la roccia.
Segreto sussurro d’amore, che altro non ho dalle mani carezza
Dal cuore assettato e la via che conduce a casa
Segreta dimora d’ancestrale memoria di cose conosciute
Di baci perduti del bimbo che mi sente e sono io.
Segreto amore che vedo la vite arida e la schiena curva
Della vecchia amante che corpo pesante, eppure sorride.
Indica il cielo, indica la terra, indica la vigna, indica l’airone, indica la tomba, indica la via tortuosa,
indica l’assoluto immenso luminare l’occhio di spirito vivo, indica me, mia madre,
indica le mani di mio padre, indica la chiesa, indica la bestemmia,
indica, la canapa dura, il macero e la folaga, indica l’autunno, l’inverno,
indica la mia paura di vivere, il segreto del vivere,
indica il sorriso che ho perduto, le lacrime in divenire, indica il cerchio perfetto,
indica l’imperfezione, il ritorno, il karma,
indica il futuro, il passato,
indica la mia compagna, indica la mia solitudine, il panico, la mia ansia,
indica la pioggia ed il sole…che altro, non ricordo,
se non il suo riso ed il sussurro impetuoso
E’ tutto amore canta, è tutto amore…Iside!

RECENSIONI

“Il nuovo album è uno dei più intensi e poetici firmati da Gianni Venturi.”

Sound36

“Venturi, mi hai illuminato ancora una volta, grazie.”

Nonsolo Progrock

“Uno provocatoriamente, da sempre, fuori dal coro.”

Distorsioni

“Gianni Venturi è un indubbiamente un personaggio eclettico e trasversale della musica del nuovo millennio”

My Ideal Blog